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 Bar Sport, le storie..

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Marc-1
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MessaggioTitolo: Bar Sport, le storie..   Mer Nov 02 2011, 12:57

Quell'anno il grande Pozzi aveva vinto quasi tutto, insomma non aveva
più avversari. A volte pedalava con una gamba sola, a volte per
divertirsi saltava giù di sella, si nascondeva dietro un albero, poi
quando passava Bartoli saltava sulla ruota di dietro e si faceva
portare per molti chilometri, poi cacciava giù Bartoli dalla
bicicletta e arrivava da solo al traguardo. Vinse il giro d'Italia,
quello di Francia, del Belgio, di Spagna, la Milano-Leningrado, il
giro dei Vosgi e altre chicche. Finché un giorno venne a sapere che
c'era un giro di Germania, e si iscrisse.
Al giro di Germania c'era anche il famoso Girardoux. Era alto più di
due metri, con un culo enorme, tanto che al posto del sellino aveva
una sedia da barbiere. Era completamente calvo, all'infuori di una
folta capigliatura rossa che teneva annodata in trecce legate con filo
spinato. Aveva anche due baffi dritti, orizzontali, durissimi e
prensili, con i quali infilzava e si metteva in bocca il cibo mentre
correva. Mangiava una zuppa tipica della sua regione, l'Artois, a base
di metano e cappone lesso, e faceva dei rutti spaventosi all'indietro
facendo cadere chi lo inseguiva. Aveva anche due piedi enormi; tutte
le volte che stava per attaccare si gonfiavano ed emettevano un
sinistro suono di carillon. Allora Girardoux inarcava la schiena e con
quattro pedalate scompariva sui tornanti: la sua potenza era tale che
spesso doveva frenare in salita per non uscire di strada. La macchina
della casa, che era la Bouillabaisse Balboux, o qualcosa del genere,
non riusciva mai a tenergli dietro. Quindi, quando forava, Girardoux
dava un colpo di reni e proseguiva solo sulla ruota di dietro. Una
volta forò tutte e due le gomme e vinse egualmente saltando sul mozzo
del cannone come su un cangurino.
Quando Pozzi seppe che c'era anche Girardoux, disse una frase storica,
«Adesso si vedrà», poi prese una pompa di bicicletta e ci fece un
nodo. Quando Girardoux lo venne a sapere, disse: «Ah, sì?», e prese
una pompa di bicicletta e ci fece tre nodi. Allora Pozzi disse: «Così,
eh?», prese due pompe di bicicletta e ci fece una griglia rustica.
Allora Girardoux disse: «Così, uh?», prese quattro pompe di bicicletta
e ci fece un ritratto di profilo di D'Annunzio, per la verità non
molto somigliante. Allora Pozzi prese il meccanico di Girardoux e ci
fece una pompa di bicicletta. Allora Girardoux prese il meccanico di
Pozzi, che però era molto furbo e non solo non fu neanche toccato, ma
riuscì anche a vendergli per tre milioni una casa decrepita a Milano
Marittima. I giornali montarono subito la faccenda, e subito qualcuno
parlò di rivalità.
L'attesa dello scontro diventò frenetica. Pozzi prese nella sua
squadra, la Zamponi, due gregari fortissimi, i fratelli Panozzo, che
oltre a pedalare fortissimo erano eccellenti portatori d'acqua.
Oltretutto, uno dei due sapeva fare dei cocktail stupendi, e l'altro
era famoso perché una volta, sullo Stelvio, aveva preparato una
carbonara per otto ai compagni di fuga senza smettere di pedalare. Poi
c'era un certo Zuffoli, laureato in medicina, che faceva i massaggi e
operava d'appendicite senza scendere di bicicletta, e oltretutto aveva
inventato una «bomba» formidabile, di cui però non conosceva gli
effetti collaterali. Infatti, durante una tappa di pianura cominciò a
coprirsi di aculei e fu abbattuto a fucilate mentre cercava di
mangiare un telecronista belga. Nella squadra c'era anche Sambovazzi,
quello che tirava le volate e i mattoni in testa a chi fuggiva. Poi
c'era Borzignon, che era un veneto molto buono che aveva il compito di
pregare. Poi c'era Frosio che aveva una bellissima voce e quando
c'erano le tappe di montagna e gli spagnoli fuggivano, emetteva acuti
provocando rovinose valanghe. Fu uno dei gregari migliori, fin quando
gli spagnoli non cominciarono a attaccare ai thermos dei San Bernardo.
Girardoux aveva anche lui una squadra coi fiocchi: tutti ciclisti alti
due metri e con i baffi: per allenarsi facevano le gare con
l'ascensore all'Hôtel Vienna di Berlino, dove erano alloggiati
all'ultimo piano, negli appartamenti reali, e facevano una bella
impressione entrando tutti e dodici in bicicletta e frac lungo lo
scalone della sala da pranzo Toscanowsky.
Girardoux era un atleta molto diverso da Pozzi. Pozzi non beveva e non
fumava, Girardoux fumava novanta sigari al giorno e beveva come un
tombino. Pozzi era morigerato e andava a letto ogni sera alle nove.
Girardoux aveva sei amanti, una spagnola, due sorelle russe, una
cubana, una peruviana e una zingara bellissima che aveva rapito
durante una cronometro in Ungheria. Andava sempre a letto dopo le tre,
e si presentava la mattina alla tappa con delle clamorose vestaglie di
seta arancio e lilla bevendo pernod. A volte dormiva un'oretta nei
primi chilometri, in un'amaca tesa tra le biciclette di due gregari. A
volte partiva solo a mezzogiorno e dopo dieci minuti era già col
gruppo. Pozzi era modesto e semplice; Girardoux suonava otto
strumenti, sapeva battere a macchina e fare il verso del riccio
sorpreso a rubare. Ma tutti e due avevano un fisico e una forza
tremendi: Pozzi poteva restare due giorni senza respirare e gonfiare
uno Zeppelin senza tirare il fiato. Il cuore di Girardoux batteva tre
volte al giorno, a mezzogiorno, alle sei e alle nove, e i polmoni
tenevano di listino fino a ottomila litri.
Il giorno della partenza, a Berlino, c'erano più di tre milioni di
persone. Il Kaiser in persona venne alla punzonatura, entrò nel box
della squadra italiana, volle vedere la bicicletta di Pozzi e rimase
con un dito tra i raggi. Poi andò nel box francese e parlò mezz'ora in
tedesco con Girardoux, che però parlava solo francese e disse delle
cose insignificanti.
Quando Pozzi e Girardoux si videro sulla linea del traguardo, dapprima
si ignorarono. Poi Pozzi inspirò profondamente e da venticinque metri
soffiò e fece volare il berrettino di Girardoux fino in tribuna
d'onore. Allora Girardoux soffiò a sua volta e sbatté Borzignon, due
meccanici e l'ammiraglia della Zamponi contro il muro di una casa a
duecento metri. Subito accorsero i soldati che misero due tappi da
damigiana in bocca ai rivali che si fronteggiavano minacciosamente.
Alle nove, si partì. La prima tappa portava da Berlino a Vienna
attraverso tutti i Carpazi, e misurava milleduecentotto chilometri.
Dato che c'erano Pozzi e Girardoux, infatti, gli organizzatori avevano
predisposto un giro tremendo e pieno di insidie. Subito allo sparo
d'avvio Pozzi scattò e Girardoux si attaccò dietro, pulendosi il naso
nel didietro della maglietta dell'italiano per provocarlo.
Alle porte di Berlino avevano già nove minuti e trenta secondi sul
gruppo, guidato dal tedesco Krupfen che correva vestito da vichingo.
Vicino a Francoforte, Pozzi e Girardoux trovarono un passaggio a
livello chiuso, ma lo sfondarono e tirarono dritto. Poco dopo giunse
Krupfen che fu investito dal Milano-Brennero e finì in un vagone di
emigranti italiani, dove conobbe una napoletana che sposò e con cui
mise su una pizzeria tipica ad Amburgo. Nel gruppo, italiani e
francesi cominciarono subito a tirarsi degli schiaffi: a Düsseldorf
Pozzi vinse il traguardo volante. I due attaccarono i Carpazi:
Girardoux mise su un 54 X 452, cioè un rapporto con cui faceva
duecento metri a pedalata; Pozzi mise su un 56 x 462, da
duecentocinquanta metri al colpo. Girardoux mise su uno 0,8 alla
francese, per cui ogni pedalata corrispondeva a un giro completo
turistico di Pigalle. Pozzi mise su un 48 liscio, cioè un motorino
della Morini.
A quota 3450 metri cominciò a nevicare, e due fulmini colpirono il
manubrio di Pozzi, che si fuse. Pozzi proseguì senza mani, ma
Girardoux lo staccò subito di sei secondi. A 5800 metri la strada
franò, ma il francese senza esitare si arrampicò sul ghiacciaio. A
7000 metri c'erano sei metri di neve, ma Girardoux continuò a salire
benché il freddo fosse ormai insopportabile. Pozzi strozzò due lupi e
si fece un tre quarti e un colbacco, ma mentre stava per raggiungere
il rivale precipitò in un crepaccio pieno di bicchieri di carta e
tovagliolini di picnic usati.
Girardoux ridendo beffardamente arrivò in cima alla montagna e si
buttò giù da ottomila metri con la bicicletta, arrivando leggero come
una piuma sulla punta dei piedi. Ma nell'ebbrezza del trionfo si era
sbagliato e si era buttato giù dal versante russo invece che da quello
bulgaro, e quindi dovette tornare su e rifare tutto il giro. Intanto
arrivò Borzignon e trovò Pozzi che, impazzito, si lanciava pedalando
contro le pareti del crepaccio; Borzignon si stracciò la maglietta, ne
fece una corda e tirò su Pozzi. Pozzi e Girardoux si trovarono insieme
in cima e si buttarono insieme: ma Girardoux era più pesante e vinse
per un secondo. Terzo arrivò Borzignon in mutande. Quarto doveva
arrivare il francese Pellier che però sbagliò il salto e si schiantò
sul tetto di una funivia. A tre ore e ventisei minuti arrivò una
valanga di neve: dentro c'era il gruppo con quarantatré corridori, un
orso e tre maestri di sci.
Quella notte nel clan francese ci fu una grande festa, e Girardoux
offrì champagne a tutti. I giornali francesi uscirono in edizione
straordinaria e Girardoux fu chiamato «La bestia umana» «Lo stambecco
dell'Artois» «Il fulmine della montagna» «La ruspa transalpina»
«L'anatrona dei Pirenei». Pozzi invece andò a letto senza lavarsi i
denti, meditando furibondo la vendetta.
La mattina dopo ci fu la seconda tappa, detta «il diagonalone»,
seimilatrecento chilometri d'autostrada da Lisbona a Leningrado. Il
gruppo rimase compatto fino ai milletrecento chilometri: poi,
all'autogrill Pavesi, Borzignon chiese di poter andare un po' avanti
per salutare i suoi a Cattolica. Pozzi e Girardoux diedero il permesso
e Borzignon partì come un ossesso. Pochi minuti dopo nel gruppo
cominciò a circolare la voce che Borzignon era di Pordenone. Pozzi
urlò «Traditore!» e si lanciò all'inseguimento. Borzignon aveva già
due ore e mezzo di vantaggio, ma in poche pedalate fu ripreso: venne
ammonito e picchiato.
Allora Girardoux cominciò a fare una gara tattica. Disse: «Beh, io
vado a fare un giretto», e uscì a Rimini nord. Pozzi,
preoccupatissimo, gli si pose alle calcagna. Girardoux,
tranquillissimo, comprò un gelato e si mise a passeggiare sul
lungomare. Pozzi e tre gregari lo seguirono pedalando sulla spiaggia.
Poi Girardoux fece il bagno in moscone. Nel clan italiano tutti erano
molto preoccupati per la mossa del francese. Girardoux fece sei
partite a flipper, comprò alcune cartoline e andò a vedere i delfini.
Uno dei Panozzo lo seguì strisciando sul bordo della piscina, un
delfino saltò e ne fece un boccone. Alle otto e mezzo di sera il
gruppo era a settecento chilometri di distanza, ma Girardoux non dava
segni di impazienza. Pozzi invece era nervosissimo e ogni tanto
sbuffava aprendo larghe voragini sulla strada. Alle dieci Girardoux si
presentò al Mocambo e invitò a ballare una tedesca. Pozzi, nascosto
dietro una palma, lo sorvegliava. Ballarono a lungo, poi Girardoux
tentò uno stricco e prese una sberla. Allora invitò un'altra tedesca.
Ballarono fino a mezzanotte. Il gruppo intanto era a trenta chilometri
dal traguardo. A mezzanotte e mezzo Girardoux e la tedesca
cominciarono a fare i gustini e Borzignon mugolò, eccitatissimo.
All'una i due uscirono teneramente allacciati e si diressero verso
l'albergo Mareverde. Pozzi li seguì e li vide entrare in camera mentre
a Lisbona il gruppo entrava sulla dirittura d'arrivo. Girardoux si
levò la maglietta e il berrettino: poi, mentre la tedesca andava in
bagno, si tolse i pantaloni: si guardò un momento intorno e fulmineo
trasse di tasca una bicicletta e partì come un fulmine dalla finestra.
Pozzi urlò «Maledetto!», e si lanciò all'inseguimento.
In pochi secondi, testa a testa, percorsero gli ottocento chilometri
d'autostrada lasciando dietro di sé un sibilo acutissimo e un forte
odore di polvere da sparo, e piombarono sul gruppo a duecento metri
dall'arrivo. A questo punto nello stomaco di Girardoux il grande
sforzo e il gelato riminese diedero luogo a una improvvisa reazione
chimica; dalla bocca del francese uscì una colonna di fumo alta
trentanove metri profumata al pistacchio, ed egli impallidì e si fermò
a vomitare a due metri dal traguardo: Pozzi vinse con due secondi di
vantaggio, e prese la maglia rosa. Girardoux crollò di schianto
tagliando il traguardo con la lingua, che si era gonfiata fino a
raggiungere le dimensioni di un materasso.
Quella notte nel clan italiano ci fu una gran festa, e Pozzi offrì
champagne a tutti. I giornali francesi uscirono in edizione
straordinaria e Pozzi fu chiamato «L'aquila delle pianure», «Il falco
da casello a casello», «L'angelo delle autostrade» e «L'esperta
pantera». Nel clan francese ci furono quattro suicidi e due casi di
asiatica. Il vecchio meccanico Rougeon, di ottantasette anni, che da
ottantadue anni montava le biciclette della équipe transalpina, si
avvicinò a Girardoux col viso stanco e rugoso solcato da grosse
lacrime, e con la voce tremante per la commozione gli mise una mano
sulla spalla, disse «Oh, Girou», e gli piantò un cacciavite multiplo
tra gli occhi.
Il vecchio patron Biroux radunò il suo staff e fu studiato un piano
diabolico per la notte. Si sapeva che Pozzi era molto morigerato, ma
che sotto sotto gli piacevano moltissimo due cose: le donne strabiche
e i rusticani acerbi. Durante la notte sarebbe stata mandata nella
camera di Pozzi una ballerina delle Folies Bergère, la famosa Isabelle
la Strabique, con un canestro di rusticani. Pozzi sarebbe senz'altro
stato stroncato dall'amore e da una colica. Il piano fu senz'altro
approvato. Venne chiamata Isabelle la Strabique, che era una
bellissima donna dai capelli rossi, figlia di una zingara polacca e di
un concessionario Alfa Romeo di Mâcon. Era tanto strabica che la
pallina nera, dall'occhio destro, si era spostata nel globo sinistro,
e viceversa, cosicché aveva gli occhi perfettamente normali. Ma Pozzi,
che era un intenditore non si sarebbe fatto certamente ingannare dalle
apparenze. Isabelle venne davanti al patron, fece una bellissima danza
zingara e chiese cosa si voleva da lei. Il patron glielo spiegò e
Isabelle disse che lo avrebbe fatto volentieri per la Francia e per
sei milioni. Nel dire ciò, spostò la pallina nera dal destro al
sinistro e viceversa. Infatti quando parlava di soldi aveva spesso di
questi strani fenomeni. Talvolta tutte e due le pupille finivano nello
stesso occhio e sull'altro non restava che il bianco, oppure compariva
una pubblicità della soda Perrier.
Il gregario Barzac andò a rubare un canestro di rusticani acerbissimi
da un contadino che lo impallinò a sale. Isabelle partì, vestita da
contadinella col canestrino, e Girardoux tutto soddisfatto tornò nella
sua camera.
Ma, sorpresa delle sorprese, il clan italiano non era rimasto con le
mani in mano, e nella camera Girardoux trovò una negra con la testa a
pera e un cesto di bomboloni, le uniche due cose a cui non sapeva
resistere. E subito si diede a un'orgia sfrenata. I compagni sentirono
un rumore infernale provenire dalla camera del campione, ma pensarono
che fosse un attacco di pavus nocturnus, a cui egli era soggetto, e si
addormentarono.
Intanto Isabelle si palesò davanti alla camera di Pozzi, dove stavano
di guardia Borzignon e Panozzo, e li stroncò con due colpi di kung-fu,
di cui era esperta. Indi si presentò in tutta la sua bellezza a Pozzi,
che stava dormendo abbracciato a un orsacchiotto di pezza alto due
metri, che era il suo giocattolo preferito fin dalla tenera infanzia.
Pozzi si svegliò e i suoi occhi ebbero un bagliore: si avventò sui
rusticani e solo sei ore dopo, sazio, si abbandonò sul letto fumando
una sigaretta.
La mattina dopo Girardoux si presentò alla partenza coperto di crema
fino alla testa, e con le narici completamente otturate dallo
zucchero. Pozzi invece fu legato alla bicicletta con quattro tiranti
perché non stava nemmeno in piedi per i dolori alla pancia. La tappa
era di tremila chilometri, e comprendeva tra l'altro la Maiella, le
Ande, il Mac Kinley, il ghiacciaio dello Jungfrau, l'attraversamento
del Gobi e un esame di cultura generale.
Pozzi e Girardoux ai mille chilometri avevano sei giorni di
svantaggio: ai duemila un mese e mezzo. Borzignon arrivò a New York
primo, salutato da dieci milioni di persone entusiaste, vinse la tappa
e il giro.
Pozzi e Girardoux non arrivarono quell'anno, né quello dopo. Il terzo
anno il cronometrista disse: «Vado a dire a casa che tardo», e sparì.
I giornali ne parlarono per un po'. Qualcuno disse che i due avevano
sbagliato strada, ed erano precipitati in un burrone vicino a Mosca.
Altri ancora che avevano messo su una discoteca sulle montagne
Abruzzesi ed erano falliti. Altri dissero che Pozzi era fuggito in
America e viveva nelle fogne dove aveva fondato una setta segreta
Voodo, e due portoricani asserirono di averlo visto apparire
invecchiato e con una lunga barba, da un water di Manhattan. Girardoux
invece aveva cambiato sesso a Casablanca ed era diventato una santa.
Dopo qualche anno, però, nessuno si ricordò più di loro.
Solo il vecchio meccanico di Girardoux, Rougeon, aspettò seduto sul
bordo della strada altri nove anni il suo pupillo col cacciavite
multiplo in mano, mirabile esempio di fedeltà. Dieci anni fa su quel
punto della strada fu costruito un palazzo residenziale di nove piani.
Dopo lunghe consultazioni, si decise di lasciare Rougeon al suo posto,
e infatti, fino a tre anni fa, chi voleva vedere il meccanico di
Girardoux, poteva andare al pianterreno del palazzo dove, protetto da
una griglia di vetro, c'erano tre metri quadrati della vecchia strada
e Rougeon seduto su un pilastrino. Finché, appunto tre anni fa, una
mattina alle 8,30 Rougeon disse: «Beh, adesso mi sono rotto i
coglioni», si alzò e se ne andò. Appena fuori dal palazzo finì sotto
un autobus. Aveva cento quattordici anni.
Uomini così non ce ne sono più. E neanche come Pozzi e Girardoux. Dio
sa dove sono.
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